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Verso il nero del tempo con lacrime rapprese,
ogni sillaba un graffio su una clessidra incrinata,
ogni pausa il silenzio dove un istante è affogato
senza fare rumore.
La penna beve dal fondo di stagni prosciugati,
succhia l’amaro di stagioni che nessuno ha contato,
e lo depone in segni che fingono di essere vivi,
ma sono solo cicatrici allungate sulla carta.
Queste lacrime non scendono più dal viso
si sono infiltrate nei polpastrelli come inchiostro vecchio,
hanno viaggiato nelle vene fino al cuore stanco
e ora risalgono, pesanti, testarde,
portando con sé l’eco di orologi che hanno smesso di ticchettare.
Scrivo perché il tempo non ha voce per il suo lutto.
Ha bisogno di dita che tremino traccino
l’elenco di ciò che è nato e morto nello stesso respiro,
di mani che firmano la resa senza alzare bandiera,
mi stanco
e quando la pagina non regge più il peso,
l’inchiostro non si ferma si allarga, e non sempre è nobile
a volte è solo errore che resta
specchia volti dissolti nel riflesso capovolto
e giuramenti che il vento ha già dimenticato.
Scrivo con questo nero denso di assenze passate
perché è l’unico testimone che non tradisce
non svanisce col sole.
Al buio non so.
Il tempo, quello sì, non lo perdona.
Brucia adagio,
e nel bruciore balbetta
che anche l’oblio ha avuto un nome, un calore, un prima.